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| La prima bozza di "Deathpoint" stampata per le correzioni: un reperto scovato nell'armadio a casa di mia madre. |
Tornare indietro con la mente ai giorni della genesi della storia è sempre speciale. Scrissi "Deathpoint" durante un periodo di disoccupazione, dal luglio del 2008 al luglio del 2009. Esattamente un anno. Un'impresa titanica, il primo romanzo. Un'impresa anche per chi è vissuto scrivendo e tutt'ora lavora scrivendo. Fu un periodo travagliato ma bello e utile, dopo anni di racconti e articoli, a cimentarsi con una struttura molto più complessa. Imparai molto di un nuovo mestiere.
Ricordo ogni singolo giorno speso lungo i 40 capitoli di "Deathpoint", vi sono legato come fossero pesci rossi. Posso associare a ogni scenario o situazione una determinata luce del giorno, mattina, pomeriggio o sera, e i miei relativi stati d'animo.
Ricordo le lunghe passeggiate sul lago, al crepuscolo, a martellare la mente su quanto scritto e su quanto sarebbe dovuto accadere. Perché chi scrive è solito "orgasmare" sulle proprie storie. Funziona esattamente così. In fondo, chi scrive lo fa soprattutto per se stessi... Ecco. Su questo sento di dissentire. Non è vero. Chi scrive vuole anche che più persone possano leggere le sue storie. E io non vengo meno a questo assioma. E non mi riferisco alla decina di "beta-lettori" che negli anni lo hanno avuto sotto gli occhi (li ringrazio per la pazienza). Così, nel 2013, dopo un paio d'anni di "silenzio", tornai a pensare a una possibile pubblicazione. E quando capii che trovare un editore sarebbe stato più complicato di avere un Governo stabile in Italia, decisi per l'autopubblicazione. Con l'ennesima rilettura sistemai i dettagli, poi decisi di affidarmi a un(a) editor professionista e studiai a fondo i meccanismi dell'autopromozione via internet. In pratica, feci un intensivo corso di aggiornamento. Imparando altre cose.
Adesso sono a pochi mesi dal trasformare "Deathpoint", l'idea balenata a uno scapestrato giornalista disoccupato, in qualcosa di concreto. Insieme al mio amico e idolo tennistico Jack Muffin. Perché certe cose bisogna concluderle.

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