«Trenta quindici!».
Il giudice di
sedia ribadì il punteggio mentre un gigantesco otto motori da cinquemila anime
sorvolava il campo centrale. Jack Muffin smise di palleggiare, si bloccò ad
ammirare il velivolo nella sua imponente eleganza, qualche centinaia di metri
sopra la sua fronte.
Gli aeromobili
avevano cessato di produrre rumore da un decennio, tuttavia non sarebbe mai
riuscito a servire con la necessaria concentrazione quando da Heathrow si alzavano
quelle cittadelle volanti. Se ne stava lì, naso puntato verso il cielo, ad
ammirare il pachiderma che iniziava il suo straordinario ciclo vitale, e non dubitava
che il decollo rappresentasse la fase più emozionante di un volo sull’otto
motori. Lo affascinava il sofisticato micromondo che di lì a pochi minuti avrebbe
preso vita a bordo del bestione, per poi svanire nel nulla, effimero com’era
nato, una volta concluso il viaggio. Poteva immaginare i quattro ponti affollati
tra un negozio di griffe e i ristoranti, la sala del poker che svuotava gli
alloggi di prima classe, l’indimenticabile spettacolo della camera trasparente
in coda al velivolo; disegnava facce distese di uomini d’affari, mamme alle
prese con isterici vagiti infantili, donne di straordinaria bellezza in cerca
di sguardi complici. A bordo di quelle città esisteva una società su scala
ridotta con proprie regole, equilibri e relazioni.
Jack non poteva
evitare che la sua immaginazione restasse impigliata ogni volta nella scia del
pachiderma volante. Vide la coda dell’aeromobile sparire dietro il tetto del campo
centrale e tornò a guardare l’avversario solo quando l’arbitro, dal suo seggiolino
fluttuante, lo ammonì per l’eccessiva perdita di tempo. Jack non avrebbe potuto
ignorare quel che stava facendo, ma era persuaso che gli otto motori, con le loro
stupefacenti società in miniatura, meritassero più d’un momento d’attenzione. Lanciò
la pallina sopra la spalla destra ed esplose una violenta prima di servizio.
A pochi metri
di distanza, nel palco delle autorità, una bambina di sei anni - sul cui petto
gocciolava un cono alla panna - diede un’occhiata al tabellone. Il punteggio diceva
sei-uno sei-tre quattro-due. Il terzo set seguiva la scia dei precedenti, Jack
andava sciogliendosi nel caldo opprimente di una Londra infiammata dall’estate
come accadeva ormai da quindici anni, quando il surriscaldamento globale aveva
ridefinito le stagioni dell’Europa del Nord.
Sul quaranta
pari servì un ace a duecentotrenta orari, nello scambio successivo conquistò il
gioco con un audace passante lungolinea di rovescio. Mentre si avviava con
lentezza al cambiocampo, Jack contemplò lo stadio brulicante di tifosi. Non si
capacitava di come potessero essere così numerosi, e soprattutto tanto generosi
nel sostenerlo. Se ne era meravigliato a ogni interruzione, quasi con un senso
di colpa: tutti quei soldi spesi per assistere a una partita senza storia!
Jack Muffin
aveva ventiquattro anni. Secondogenito di una coppia di inglesi emigrati a
Rochester, nel Minnesota, aveva impugnato la racchetta all’età di sei anni,
prima della Guerra civile americana che sancì la fine dell’egemonia dei
Wirchill, i magnati dell’idrogeno. Possedeva un talento enorme per il tennis,
questa la sentenza dell’allenatore serbo che dodici anni prima lo aveva portato
con sé in Europa, avviandolo al professionismo e gettando le basi per arrivare
al traguardo di un’intera carriera: la finale del torneo di Wimbledon.
Stravaccato nel
suo angolo, Jack accese una sigaretta e ignorò l’inorridito bisbigliare del
pubblico, preferendo scrutare gli sguardi attoniti del royal box alle spalle. Iniziò a contare le persone dai capelli
biondi nelle prime cinque file, ne individuò diciassette, poi l’arbitro chiamò
il tempo e lui fece un ultimo tiro, intenso come uno spillo infilato di colpo
nei polmoni. Poco più in alto, in tribuna, il coach scosse la testa e a molti sembrò
sul punto di piangere.
Il match
riprese con l’avversario in battuta, un lungagnone australiano con una fascia
in fronte a contenere la folta chioma, e braccia affilate come moschetti. Tuonò
quattro prime vincenti guadagnando il gioco senza fare un passo in campo e senza
versare una sola goccia di sudore. Toccava a Jack il compito di allungare la
finale del torneo più prestigioso al mondo. In quel turno di servizio sentì la
testa pesare come un sasso, e allo stesso tempo svuotarsi di ogni
responsabilità. Se non aveva saputo cogliere l’occasione giusta, la colpa era
certo del suo gioco d’attacco, normalmente ispirato e incisivo, che d’un tratto
poteva scomparire in modo effimero, proprio come accadeva quel pomeriggio.
Aveva perso e lo aveva fatto senza lottare, senza nemmeno l’orgoglio di
accennare una reazione. Che fosse uno splendido perdente, i suoi tifosi, seduti
a migliaia sugli assolati spalti di Londra, lo sapevano da tempo. Ma era il
prezzo da pagare per ammirare anche un solo scambio del suo tennis classico e
potente, stilisticamente impeccabile, a tratti immaginifico.
Nell’assiepata
tribuna, un anziano distinto col cappello bianco - su cui rilucevano iniziali d’oro
- imboccò l’ultima fragola della vaschetta costata poco meno di venti sterline.
Guardò il tipo pacioso in giacca e cravatta che ciondolava accanto a lui stremato
dall’afa opprimente.
«Che strano
individuo quel Muffin» disse.
«La più grande
dispersione di talento che ricordi dall’inizio del Duemila a oggi» rispose l’altro.
«Che peccato».
«Una vicenda
personale assai complessa. Non credo possiamo aspettarci altro, da un uomo del
genere».
«Ai miei tempi
lo sport era tutt’altra cosa» rifletté l’anziano. «La vita agonistica stava da
una parte, quella privata il più lontano possibile. Solo così uno diventava un
campione».
«Non
dimenticare che sono passati decenni, il mondo è radicalmente cambiato» sorrise
il tipo pacioso.
«Sì, ma mi fa
orrore vedere un tennista buttarsi via in quel modo».
«Sarà perché qui
tu hai vinto otto volte».
«Sarà, eppure
non mi diverto. Forse bisognerebbe rallentare la superficie: renderebbe il servizio
meno importante, e il gioco più equilibrato».
Il tipo
pacioso sussultò. «Togliere l’erba sintetica da questi campi? Ma scherzi, siamo
nell’olimpo della tradizione, amico mio! Guai a non vedere la moquette verde
sul rettangolo di gioco, la gente impazzirebbe!».
Una goccia di
sudore cadde dalla fronte di Jack Muffin e morì sul campo senza che nessuno se
ne accorgesse, mentre la sua volée di dritto affondava in rete. L’arbitro pronunciò
l’alchimia «gioco-partita-incontro», la folla si alzò all’unisono ad applaudire
il lungagnone australiano steso per terra in lacrime.
Jack raggiunse
il suo angolo nell’istante in cui giovanotti e uomini in bella uniforme s’indaffaravano
per il cerimoniale. Rivolse la mente allo schema di parole crociate assunto la
sera prima dalla Grande rete cerebrale, a quella definizione al diciotto verticale
per cui non aveva preso sonno, dodici lettere: «lo è un evento impossibile da
evitare». Chiuse la borsa infilandoci le racchette e sorrise a una donna ancora
giovane, capelli biondicci e guance bianchissime, che ammiccava in prima fila a
un paio di metri da lui. Si avvicinò, allungò le braccia, la baciò in fronte.
«Non ho la
penna» si scusò.
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